lunedì 23 febbraio 2026

Il viaggio del piccolo fiore di loto


C’era una volta, nella Sorgente della vita, un piccolo fiore di loto bellissimo e molto curioso.

Un giorno, il piccolo fiore di loto iniziò a chiedersi dove andasse il sole quando, all’imbrunire, la Sorgente diventava tutta blu e scura.

“Forse si spegne…” pensò.
“Ma poi… come si riaccende?” si chiedeva tra sé e sé.

Vedendolo pensieroso, la Sorgente lo cullò con una piccola onda.

Il piccolo fiore di loto rispose, come se gli fosse stata posta una domanda:

“Dove finisce la luce quando non è più lassù?
Perché va via?” chiese il piccolo fiore di loto alla Sorgente.

L’acqua tremò piano, come un sussurro antico, e rispose:
“Non ti lascia, piccolo mio. Ogni sera ti mostra la via…”

“Ascolta… ti sta chiamando,” mormorò ancora.

“Perché mi chiama?” domandò il piccolo, con voce lieve.

“Perché alcune luci non si spiegano… si seguono,” rispose l' Antica Voce.

“Ma io ho paura… qui è tutto ciò che conosco,” sussurrò il fiore bambino.

“Lo so,” disse la Custode, stringendolo in un ultimo abbraccio.
“Io sono stata la tua casa… ma non sono il tuo destino.”

“E se non saprò nuotare oltre la luce… e tutto si facesse buio?” tremò il germoglio.

“Allora ricorderai me,” rispose l’Acqua Madre.
“E scoprirai che dentro di te c’è più luce di quanta ne hai mai vista.”

Un attimo di silenzio…

Poi la Custode sussurrò, come un ultimo canto:

“Vai, piccolo fiore.
Segui il Sole… e diventa ciò che sei nato per essere.”

“Vai… ora.”

Il piccolo fiore di loto, spinto dalla Sorgente, riuscì ad aggrapparsi all’ultimo raggio del Sole.

Lo strinse così forte, come per non lasciarlo più andare.

Si spinse oltre la sua casa e si tuffò in quella cascata di luce, lasciandosi avvolgere nello splendore vivo del Sole, che lo accolse, lo strinse a sé e lo fece esistere.

Chiuse gli occhi.

Tutto si fece buio.

Aveva paura a riaprirli.

Non sentiva più il sicuro gorgoglio della sua Sorgente.

Ma qualcosa di diverso…

L’acqua… la sentiva più ampia.
Più viva.

E delle voci.
Dolci.

Lontane… eppure così vicine.

Il piccolo fiore di loto socchiuse gli occhi.

La luce era forte, ma calda.

Non faceva paura.

Lo avvolgeva.

Lo accoglieva.

Davanti a lui si apriva un grande lago,
ai piedi di una montagna verde e maestosa.

E il sole… era ancora lì.

Non più lontano.
Ma presente.

Come se non lo avesse mai lasciato.

Il ruglio di un Orso Bruno tuonò…
e il piccolo fiore tremò.

Poi… delle risate.

Due bambini correvano verso di lui,
schizzando l’acqua con le mani.

Ridevano.

E quella risata… gli entrò dentro.

Così forte… così vera…che il piccolo fiore di loto non riuscì più a trattenerla.

E rise anche lui.

E in quella risata… si aprì.

Piano.

Petalo dopo petalo,
come se avesse aspettato da sempre quel momento.

E dentro… non c’era qualcosa di nuovo.

C’era lui.

Un bambino.

Che respirava per la prima volta quella luce.
Che sentiva per la prima volta quel mondo.

Che era sempre stato lì…
in silenzio…
ad aspettare.

Non era diventato altro.
Non era stato trasformato.

Aveva solo trovato il coraggio
di mostrarsi al mondo.

E il suo nome era
Tristan Lotus.


Se la leggerai lentamente…
questa storia farà qualcosa di molto raro:
non verrà solo ascoltata… verrà sentita nel corpo. 💚


Dedicata al mio piccolo fiore di loto, 

che ormai è grande quanto un piccolo orso marsicano.

A te, 

che eri il tumulto nella mia pancia.

Tristan. 

Dalla tua mamma. 💛




domenica 8 febbraio 2026

Lettere d’amore


C’era una volta, a Fiabilandia, la terra delle fate, una fata dolce e carina, che ahimè non aveva nome.

La poverina durante il fiabileo, l’attesissima festa annuale delle fate, dove tutte le nuove creature si esibiscono nella loro passione ricevendo per premio il proprio nome, non era riuscita a trovare il suo talento. Pertanto il Gran Consiglio delle fate non aveva potuto regalarle un nome.

“ Mi appassiona tutto e per questo non so quale mestiere scegliere…” si era giustificata la piccola fata.

Tuttavia una situazione del genere non era mai accaduta prima nel mondo delle piccole ali. La cosa ebbe molta risonanza nel mondo invisibile. Non vi era creatura magica che non conoscesse la fata senza nome e che al suo passaggio, non le facesse una smorfia di pena o non cercasse di aiutarla nella ricerca di un talento. 

Stanca e incompresa, la fata senza nome decise di  trasferirsi lontano dalla sua terra. In un campo di rose e zucche dimenticato da un qualche contadino in un qualche giardino. Un giardino colorato ove il tempo era fermo ma tutte le stagioni vi erano dentro. 

Non vi erano albe nel guardino d’autunno, ma solo infiniti tramonti, che tingevano di rosso caldo il cielo svegliando la notte, le lucciole e la luna.

 In questo campo di zucche finivano tutte le cose rotte, che nessuno voleva più.

Una vecchia scarpa, che la piccola fata usava come letto, una sedia sbilenca ove si erano arrampicati edera e rose, libri di poesie e fiabe dimenticate. E ancora: tazzine di porcellana incrinate, una sciarpa rosa bucata e persino un antico sonaglio argentato. Insomma, tutte cose abbandonate e senza più talento. Proprio come si sentiva la nostra fata. 

Una sera al tramontare del sole, come suo solito la fata si svegliò e trovò sotto al melo fiorito una macchina da scrivere. 

“L’ennesima cosa rotta…”  farfugliò tra se e se la fatina.

Quando a un tratto una foglia vi si posò dentro e la macchina iniziò a battere… ma non vi era inchiostro… 

Dove trovarlo? 

La fata voleva scoprire cosa la macchina aveva da scrivere.

Usò i petali dei fiori, che colorarono la foglia di magia e amore. 

Si, Amore. La macchina scriveva lettere d’amore. Tutte le parole dolci e imbarazzanti che fate e umani non riuscivano a dire.

La fata raccolse tutte quelle foglie. Ora aveva una missione: recapitarle alle persone.

Se ci pensate bene, ora aveva persino un talento.

La fata lanciò le lettere fiorite in aria e il cielo si tinse d’alba.

Le spruzzo come fossero coriandoli e tutto si riempì di rose e tulipani.

I petali di lettere volarono verso gli innamorati e si sentirono in lontananza scocchi di baci.

Anche la fata ricevette una lettera dal Gran Consiglio. l’emozione le fece sobbalzare il cuore.

Amore, 

 fu da quel giorno per la fata il suo nome. 

Le fiabe di NenéDesign byiolecal