domenica 1 marzo 2026

Lacrime di Coccodrillo





C’era una volta, in una città come tante, una bambina dagli occhi azzurri come il cielo e i boccoli dorati, che le incorniciavano un dolce viso, sempre senza sorriso.

La bambina si chiamava Felicia, ma a differenza del nome che portava, era sempre triste e scontenta.

Il fatto è che la piccola Felicia, era molto sensibile e permalosa, perciò a qualsiasi scherzo o gioco che non capiva, lei si incupiva o peggio, iniziava a piangere.

A scuola la prendevano in giro per questo. I compagni di classe adoravano le sue reazioni da tragedia e al parco nessuno voleva giocare con lei.

I bambini, con un pizzico di crudeltà, l'avevano soprannominata: Tristolina.

Così la piccola sia dentro che fuori dalla scuola, se ne stava sempre seduta in disparte, con un muso lungo e serio.

La mamma, a casa, continuava a ripeterle: “ Sai Felicia? C’è un detto per le bimbe come te: tristezza: né grazia, né bellezza!”. La mamma sperava, che il

detto sortisse un qualche effetto sul comportamento della figlia, ma l'unica reazione che otteneva dalla figlia era quella di farla rattristare ancora di più.

La bimba non capiva che la mamma la stava invitando a sorridere per essere ancora più bella, bensì riusciva a pensare soltanto: “ sono brutta! “. Triste e sconsolata, come al solito, scompariva a piangere in camera.

Durante un pomeriggio, per Tristolina triste come tanti altri, qualcosa all’insaputa della bambina, stava per accadere. Qualcosa che avrebbe reso la giornata più triste, ma anche più speciale.

Quel giorno alla festa di compleanno di un suo compagno di classe, i bambini per gioco, presero un palloncino a testa. Per gioco ogni piccolo invitato diede un nome al proprio palloncino e qualcuno disegnò pure un volto con un pennarello al nuovo amico tutta aria e plastica. Anche Tristolina fece lo stesso, e lo trovò un gioco molto divertente. Tant’è vero, che giocò con il palloncino tutto il pomeriggio, e le spuntò di lato al viso, persino un accenno di sorriso. Alla fine del compleanno, però, i bimbi decisero di salutarsi scoppiandosi a vicenda i palloncini. Uno degli ospiti scoppiò pure quello di Tristolina...

La piccola, che si era affezionata al suo palloncino, iniziò a piangere a più non posso, e scappò via, di corsa, senza che nessuno avesse il tempo di fermarla. Correva e piangeva la piccola Tristolina, fino a che, stanca, alle sponde

dello stagno di un giardino fin troppo incantevole per essere vero, ella si fermò. Inginocchiata sul prato verde chiaro, la bambina guardava la sua immagine riflessa nell’acqua. Le lacrime luccicanti, le scendevano lungo le rosee gote, per poi tuffarsi nello stagno come rane.

Ad un certo punto, dal fondo del laghetto, si udì una voce cavernicola dire: “ Finalmente un po’ di pioggia in questa arida palude. Un po’ d’acqua nuova è proprio quello che ci voleva!”

Tristolina per lo stupore, smise di piangere e iniziò a guardarsi a destra e a sinistra, per trovare chi avesse parlato, ma non vide nessuno.

 

Pensò di esserselo immaginata. Tuttavia riposando gli occhi

sull’acqua, ne vide emergere: non un uomo, né un bambino e nemmeno un cigno... Non ci crederete, ma quello che aveva parlato, era in realtà un coccodrillo.

Il coccodrillo continuò: “Ma come, ha già smesso di piovere? Che peccato! Io pensavo che mi sarei fatto una bella doccia...”

L’alligatore proseguii a borbottare quando, dopo un po’, si accorse della bambina che, con gli occhi sbarrati e un po’ spaventati, lo guardava esterrefatta.

“ Ehi tu, Bambina! Sai per caso, che fine ha fatto la pioggia?”

Tristolina con coraggio e tristezza rispose: “ Penso di essere stata io, signor Coccodrillo. Non piove, sono soltanto io che piango.”. Nel dire ciò, la

piccola si rattristò di nuovo.

Il Coccodrillo, incuriosito, le domandò perché piangesse e lei gli spiego di quanto fosse sensibile e di come i compagni di scuola la prendessero in giro ogni volta che piangeva.

“ Se solo potessi nascondere le mie lacrime...” disse la bambina.

“Certo che si può fare! Tutto è possibile” replicò l’alligatore, “ Sai piccola, anche io ho conosciuto umani insensibili: la loro pelle era stopposa e dura. Non erano affatto buoni da mangiare!

Tu sei stata gentile a portare un po’ di fresco nella mia dimora, per questo ti

farò un dono: trasformerò le tue lacrime in lacrime di Coccodrillo.

Ogni volta che piangerai, ovunque sarai inizierà a piovere. Le tue lacrime saranno coperte dalle gocce di pioggia, così i tuoi compagni non le vedranno e non ti prenderanno più in

girò. Uno, due, e tre, il coccodrillo esaudirà il desiderio per te!” .

“Grazie signor Coccodrillo! ” esclamò fiduciosa Tristolina piangendo dalla gioia. E guarda un po’: si mise davvero a piovere.

La bambina salutò il suo nuovo amico, e tornò a casa.

I giorni che seguirono furono i più tranquilli per Tristolina.Ogni volta che si rattristava, nuvoloni grigi coprivano il cielo e una fitta pioggia iniziava a cadere. I bambini correvano subito a riparo e se erano a scuola, invece, si appiccicavano ai vetri per vedere le gocce rincorrersi lungo i vetri delle finestre.

Passò un mese. Un mese di pioggia. Tutti i bambini erano tristi. Non

potevano più uscire fuori a giocare. Le giornate sembravano essere tutte uguali: grigie e tristi. Persino Tristolina si era stancata di tutta quella pioggia.

Perciò tornò dal Coccodrillo per farsi togliere l’incantesimo. Tuttavia il preistorico animale non potè fare nulla: “ Un desiderio esaudito, resta avverato per tutta la vita!” .

“ E adesso come farò? “ Si disperò la bambina

“ Se quello che cerchi è solo far smettere di piovere, tutto quello che devi fare è sorridere! “ rispose il coccodrillo.

Tristolina decise non solo di provarci, ma si armò di coraggio per

risollevare l’umore ai suoi amici.

Durante la ricreazione invito tutti i compagni di classe fuori a giocare con tanto di ombrelli e stivali, nelle pozzanghere . 

I bambini giocavano di nuovo felici, quando all’improvviso, da dietro una nuvola sbucò il sole. Tristolina sorrideva e piangeva allo stesso tempo, ma questa volta le lacrime erano di felicità. Finalmente giocava con i suoi amici e nessuno di loro la prendeva in giro.

Con il tempo la bambina smise di piangere sempre senza motivo.

Le sue lacrime di Coccodrillo diventarono un lontano ricordo.

Aveva ormai capito la lezione: proprio come dalle nuvole più grigie può risplendere il sole, anche da sotto le sue guance tonde può spuntare un tenero sorriso. Sorridete alla vita e lei vi sorriderà.

Il soprannome di Tristolina scomparve, così come anche la pioggia sempre costante. La città tornò a essere uguale a tante altre.

In questa città, come tante altre, viveva una bambina dagli occhi azzurri come il cielo e i boccoli dorati, che le incorniciavano un dolce viso, sempre con il sorriso. Il suo nome Felicia. 

 

domenica 8 febbraio 2026

Lettere d’amore


C’era una volta, a Fiabilandia, la terra delle fate, una fata dolce e carina, che ahimè non aveva nome.

La poverina durante il fiabileo, l’attesissima festa annuale delle fate, dove tutte le nuove creature si esibiscono nella loro passione ricevendo per premio il proprio nome, non era riuscita a trovare il suo talento. Pertanto il Gran Consiglio delle fate non aveva potuto regalarle un nome.

“ Mi appassiona tutto e per questo non so quale mestiere scegliere…” si era giustificata la piccola fata.

Tuttavia una situazione del genere non era mai accaduta prima nel mondo delle piccole ali. La cosa ebbe molta risonanza nel mondo invisibile. Non vi era creatura magica che non conoscesse la fata senza nome e che al suo passaggio, non le facesse una smorfia di pena o non cercasse di aiutarla nella ricerca di un talento. 

Stanca e incompresa, la fata senza nome decise di  trasferirsi lontano dalla sua terra. In un campo di rose e zucche dimenticato da un qualche contadino in un qualche giardino. Un giardino colorato ove il tempo era fermo ma tutte le stagioni vi erano dentro. 

Non vi erano albe nel guardino d’autunno, ma solo infiniti tramonti, che tingevano di rosso caldo il cielo svegliando la notte, le lucciole e la luna.

 In questo campo di zucche finivano tutte le cose rotte, che nessuno voleva più.

Una vecchia scarpa, che la piccola fata usava come letto, una sedia sbilenca ove si erano arrampicati edera e rose, libri di poesie e fiabe dimenticate. E ancora: tazzine di porcellana incrinate, una sciarpa rosa bucata e persino un antico sonaglio argentato. Insomma, tutte cose abbandonate e senza più talento. Proprio come si sentiva la nostra fata. 

Una sera al tramontare del sole, come suo solito la fata si svegliò e trovò sotto al melo fiorito una macchina da scrivere. 

“L’ennesima cosa rotta…”  farfugliò tra se e se la fatina.

Quando a un tratto una foglia vi si posò dentro e la macchina iniziò a battere… ma non vi era inchiostro… 

Dove trovarlo? 

La fata voleva scoprire cosa la macchina aveva da scrivere.

Usò i petali dei fiori, che colorarono la foglia di magia e amore. 

Si, Amore. La macchina scriveva lettere d’amore. Tutte le parole dolci e imbarazzanti che fate e umani non riuscivano a dire.

La fata raccolse tutte quelle foglie. Ora aveva una missione: recapitarle alle persone.

Se ci pensate bene, ora aveva persino un talento.

La fata lanciò le lettere fiorite in aria e il cielo si tinse d’alba.

Le spruzzo come fossero coriandoli e tutto si riempì di rose e tulipani.

I petali di lettere volarono verso gli innamorati e si sentirono in lontananza scocchi di baci.

Anche la fata ricevette una lettera dal Gran Consiglio. l’emozione le fece sobbalzare il cuore.

Amore, 

 fu da quel giorno per la fata il suo nome. 

martedì 23 gennaio 2024

La Danza dei Fiocchi di Neve ❄️

 



Sapete bambini, da dove vengono i fiocchi di neve? 

Li avete mai assaggiati?

I fiocchi sono freddi si, ma si sciolgono in bocca. Sono dolci come il miele e ricordano lo zucchero a velo. 

Perché vi chiedete? 

Perché vengono dal Regno dei dolci, ove regna con tutta la sua dolcezza la fata confetto.

È dal camino delle cucine reali che volano via i fiocchi di neve buoni e gelati. Attraversano le strade ghiacciate trainati da un gruppo di fate. 

Le fate suonano con i loro piccoli violìni e unendosi in danza con il vento freddo “ GELO ” inizia lieve,  la danza dei fiocchi di neve.

I bambini che abitavano la piccola iurta a BiancoBosco osservavano i piccoli fiocchi di neve volteggiare intorno al bosco. 

In quel piccolo mondo di ghiaccio e neve scivolava il valzer dei fiocchi di neve. 

La tempesta era forte, il vento soffiava: “ fiuuu” cantava. La melodia si faceva più veloce e i fiocchi di neve svolazzavano controluce.

Che sorrisi lieti avevano i fiocchi con i loro candidi abiti bianchi.

Rapidi e leggeri con piroette e arabesque. Con eleganza ballavano per poi posarsi a terra con gli altri piano piano.

Shh… spirava allora il vento. La tempesta era finita.

C’era la pace e anche i bambini parlavano sottovoce.

I bimbi aspettavano da giorni quel momento. Volevano uscire ora che finalmente i fiocchi erano diventati insieme neve.

Uscire a fare cosa vi chiederete? Volevano fare un pupazzo di neve!

Purtroppo il vento che si era raffreddato fece un starnuto: “ ecciu!” E con quello spazzò via le nuvole nere e poi dopo un bel colpo di tosse il sole spuntò per riscaldarlo.

Era un bel guaio! Con tutto questo sole la neve si stava sciogliendo e i fiocchi di neve già stavano svanendo.

Tutti erano tristi: i fiocchi, le fate e i pure i bimbi .

Allora fata confetto arrivò con una slitta portando dal regno: dolci, tutti i cuochi e persino un orchestra.

Dopo una lunga confabulazione la fata fece la sua magia.

L’orchestra suonò una melodia che ricordava le fredde onde del mare e i fiocchi si trasformarono in chicchi di sale. 

Ora non si scioglievano più al sole ma brillavano ancora con la luce e imbiancavano tutto il bosco come neve.

I bambini fecero il loro pupazzo di neve e quella fu l’unica volta che i fiocchi di neve ebbero il sapore del sale.

Non erano più così buoni da mangiare ma il pupazzo di neve non smise mai di stare lì a abitare.

Perciò se andate nella iurta di BiancoBosco troverete ancora oggi il pupazzo di neve pronto a salutarvi con il valzer di fiocchi di neve.



sabato 6 gennaio 2024

La vera storia della Befana




A Betlemme in una stalla accanto a un bue e a un asinello era nato un bambino.
Tutti: pastori, animali e persino una stella cometa si erano fermati a rimirare e gioire di tanta meraviglia.
Un nuovo mondo fatto di gentilezza e amore sarebbe iniziato in quell’istante.
Per questo anche i Re Magi dall’oriente lontano, cercavano il nuovo nato.
Oro, incenso e mirra portavano sui loro cammelli dorati. Erano partiti per donarli eppure non sapevano a chi e dove consegnarli.
Nel freddo gelido della notte tra le dune del deserto i Re Magi scorsero una casa ove un vecchia signora era intenta a pulire.
L’anziana donna con una grande scopa in vimini nera spazzava il cortile incurante del buio e del gelo .

I tre Re si avvicinarono con maestosità e giunti di fronte alla signora le chiesero: “ Buona Signora, sa indicarci la via per il Messia? Vorremmo porgere i nostri omaggi al bambino venuto dal cielo.” .
La vecchia non aveva idea di cosa stessero parlando quei tre illustri e rispose: “ In questa landa desolata non è mai nato nessun bambino. Ho le mie cose da fare non seccatemi con queste storie. Non ho tempo da perdere io!”

Uno dei Magi risentito dalle irte parole disse : “il Messia c’è, è nato! Dio ha mandato una stella grande quanto la luna a vegliare sul figlio in questa notte di gioia…”
- hahaha- rise l’anziana donna - “non vedo alcuna stella in cielo, mio Re, a malapena riesco a vedere la sua sagoma!”
 Accadde tutto in un secondo e in alto nel cielo in un abbaglio che illuminò intorno come fosse mezzogiorno , apparve anche lì la stella cometa mandata dal Signore. 

I Re Magi si congedarono e lesti si avviarono verso la stella. 
La signora restò incredula a guardare il cielo.
nonostante l’età vedeva di nuovo come una bambina. Osservava con speranza e meraviglia.
Il suo cuore diventato negli anni pietra per la sua solitaria vita, ora pulsava vivo e forte nel petto.
Una lacrima calda le bagnò il viso risvegliandola da qual sonno.
Urlò ai Magi: “ Aspettatemi, anche io voglio vedere il santo bambino…-
ma loro erano ormai già lontani. 
Di corsa entrò in casa e in un sacco vuoto di patate butto dentro un po’ di tutto.
Frutta, dolci, carbone e persino delle calze. 
Anche lei voleva portare dei doni al bambino.
Certo non sarebbero stati doni luccicanti come quelli dei Magi. 
I suoi doni erano semplici e pratici, ma comunque preziosi.
In fretta chiuse la porta dietro di sé e con la scopa ancora in mano il sacco di patate sulle spalle si avviò alla ricerca di Gesù bambino.
Camminò e camminò senza sosta per quella landa desolata. 
Camminò anche dopo che la stella se ne era andata. 
Finché ormai stanca, decise di regalare quei doni ai bambini di un povero villaggio.
Non aveva trovato il Messia, ma aveva trovato qualcosa di più meraviglioso. 
Si accasciò a terra con un sorriso e dal cielo un angelo le accarezzò il viso.
Era l’angelo Gabriele.
 Vedendo tanta fede rinata in quella piccola e arcigna donna tutto il paradiso s’era beato.
Con la benedizione del signore e con lo spirito Santo anche l’anziana diventò un angelo.
Incaricata di portare i doni a tutti i bimbini del mondo, ella coperta di stracci sulla sua scopa, anno dopo anno porta ai nostri piccoli un messaggio benedetto.
Che le cose preziose sono nelle piccole cose.
Le cose di tutti i giorni. 
Gesti quotidiani e momenti delicati.
Ripetitivi ma vitali.
Come il carbone che tiene acceso un fuoco riscaldandoti fino al mattino. Le calze morbide che tengono al caldo i piedini. E i dolci leggeri, che come un premio dopo tanta attesa ricordano che le cose belle arrivano a chi sa aspettare.
Perciò pazientate bambini l’arrivo della Befana, che verrà di notte con le scarpe tutte rotte, 
e il vestito da rammendare.
 Ma arriverà per tutti noi, 
ogni anno per una notte soltanto,
la Befana.



lunedì 30 ottobre 2023

La gatta nera

Copyright illustrazione: @strwbmoth


Una bambina di sei sette mesi veniva a trovarla la pantafica, perché era nata vestita (e la mamma la camicia l’aveva conservata). 

La neonata dormiva tutta la notte fino alle 5 di mattina, quando con urla di paura piangeva chiamando sua madre e facendo fuggire la strega.

Una notte però la piccola non si svegliò mai e il mattino seguente i genitori trovarono la culla vuota. 

Il destino di strega l’aveva presa. La piccola era stata rapita. 

Nessuna delle infinite lacrime versate poté quietare la madre della piccola. Nè la gatta nera, che faceva le fusa seduta sulle gambe della donna potevano rincuorarla da quel dolore.

La vecchia magara del paese, Orsolina di nome faceva, andò a far visita alla mamma di quella bambina. E le disse: 

-“ Se veramente è ritrovare tua figlia quello che vuoi vai alla fontana ai piedi del colle di Santa Maria e lavati con quell’acqua. Prega tutto un giorno e una notte. Quando all’albe torni a casa metti del latte caldo sul tavolo e siedi là a cucire. “ 

Detto questo la strea si alzò tenendo stretto tra le mani nu cenci viecchie. Prima di uscire lo lascio sul tavolo con un ago appuntato.

La donna seguì le istruzioni della fattucchiera. 

Si lavò, pregò in ginocchio senza alzarsi per un giorno e una notte. Quando tornò a casa mise il latte nel piattino della bambina, come buon auspicio. E mentre l’alba arrossava il cielo, in silenzio la genitrice si mise a cucire. 

Cuciva, e cuciva senza senso su quel cencio, quando a un certo punto l’ago dalla mano teso, andò a pungere la zampa della gatta nera intenta a bere dalla ciotola il latte lì di fianco. 

Una goccia di sangue rosso come il fuoco vivo macchiò la pezza cucita. Al posto della gatta nera apparve la bambina scomparsa, nuda.

Al piede sinistro aveva una piccola ferita: quella che l’ago gli avea inferto. Il marchio. Con quello la piccola aveva perso quella virtù.

 -“Zampe di grill e fatiche di hatt!” Esclamò la madre con gioia che subito strinse a se la piccola.

Per evitare che la pantafica tornasse a vendicarsi sulla lattante, la giovane donna lasciò ogni notte una scopa impagliata fuori la porta. 

Per molte notti fuori all’uscio si sentiva una voca contare.

“.1,2,3….100…1199…” era il diavolo che contava le spighe della scopa. Non faceva in tempo a finire che si faceva giorno e doveva fuggire.

Andò avanti così a contare per mesi. Finché una notte non si udì più nulla.

 La bambina era salva. 



Buon Halloween Principesse 🎃🖤


Fonti usati per la fiaba:

- “L’ammidia, storie di streghe d’Abruzzo “ David Ferrante.

- “le superstizioni degli Abruzzesi” Emiliano Giancristofaro.

-“Streghe, dramma, emozione in un mondo che ci appartiene” Franco di Silverio.


martedì 24 ottobre 2023

Lo spirito d’Autunno

Illustrazione: @laivi_illustration   

Vedete il turbinio di foglie dorate che volano e vi circondano mentre camminate? 

E lo sentite il leggero odore di erba umida che il vento porta? È petricore, annusatelo pure!

Lasciatevi abbracciare dal calore del fuoco che scoppietta nei camini. Ballate saltando tra pozzanghere, stagni e acquitrini. 

Scegliete, bambini con coraggio: se aprire l’ombrello o alzare le braccia al cielo. Per accogliere la pioggia sul volto spensierato e giocare come un beato fauno silvano.

Siete pronti per afferrare tutto questo? 

Il gioco inizia adesso.

Prima che ve ne possiate accorgere bambini, passa tutto. E arrivano subito i piumini.

Dura poco questa stagione. 

Bisogna acchiapparla con mano lesta. Tanta pioggia ci aspetta.

Tutta questa meraviglia e la grande magia, insieme alle foglie voleranno presto via.

 Ecco venite, accorrete! 

Lì fuori c’è l’autunno, vi prometto che ve ne innamorerete.


In una cassetta vicino al bosco abitava una piccola famiglia immersa in quell’ambiente fosco.

Iaia e Nanno erano fratello e sorella. Si volevano molto bene, e amavano giocare insieme. 

Erano però come il sole e la luna. 

Iaia nata nel pieno dell’autunno, amava accendere le candele una a una. Restare al buio a sognare, e al chiaro di luna a cucinare e disegnare.

 Si cullava nella tranquilla nostalgia della sua stagione e adorava quando fuori c’era un bell’acquazzone. Guardava con attenzione nella finestra, le gocce di pioggia tuffarsi in giù a far festa. 

Nanno invece, nato al termine dell’estate, aveva in se l’euforia di quelle calde settimane passate. Non gli piaceva affatto la stagione delle piogge e gli mancava la sabbia, il mare e tirare l’acqua sotto le logge. 

Nanno si sentiva triste e sconsolato. 

Soffiava sulla camomilla facendo :- “ fuuu fuuu… “ . Però immaginava di fare tutto d’un sorso: glu, glu. Girare il ghiaccio in un bicchiere, per poi bere ancora tè freddo e mangiare amarene. 

Quanto gli mancavano quei momenti pieni di vela e nuotate! E si chiedeva: “ Uffa, ma quanto manca all’estate?” 

Borbottava sempre Nanno e poi chiudeva il solito libro. Non gli andava proprio nemmeno di mettere un segnalibro.

 - “ Mi annoio…” diceva e borbottava ancora aspettando arrivasse sera.

La sorella stanca di vederlo a terra, lo invitò a fare una torta di zucca e cannella.

-“ Ti farò assaggiare quanto è buono l’autunno. “ Affermò la bambinella con la grinta di un Unno.

Nanno si alzò dal letto e zitto zitto segui sua sorella. 

In una ciotola mescolarono lo zucchero con le uova e la cannella.  Aggiunsero: latte, farina, zucca e burro. Schiacciarono Noci e castagne e poi misero curcuma, miele e mele cotogne.

Misero sopra altra cannella. Con un pizzico di zenzero che mescolarono al latte di asinella. 

Chiusero la torta nel dolce forno.

 Iaia spalancò estasiata gli occhi, e osservò lì dentro come ci fosse unicorni. 

Nanno si era divertito. Il piccolo era ancora arcigno in viso, quando a un tratto appari nella torta un terzo viso. Due occhi un naso e persino una bocca con sorriso… 

La torta che aspettavano di mangiare, non ci crederete: iniziò a parlare!

Dall’antro della cucina, riecheggiava un intensa vocina:

 - “ Sono Frunno, da Mabon provengo e sono uno dei sette spiriti dell’autunno !”

 “ Con il cuore mi avete chiamato. Con un incantesimo mi avete invocato, e ora sono intrappolato!”

Nanno era allibito, Iaia aprì il forno cercando di toccare la torta con un dito.

Nella casa si diffuse il profumo che Frunno schiuse. Era dell’autunno, l’odore dolce di melarose che si posava adagio su tutte le cose. 

Un profumo di boschi, lupi, focacce e caldarroste. Raccontava di walzer dorati, pini, funghi, muschi e irte coste .

 Frunno continuò a chiacchierare: -“ bambini non parlate?” chiese lo spirito ridendo.

 Quel silenzio lo stava offendendo. -“  Dato che nel dolcetto mi avete messo, ora vi faccio uno scherzetto!” -

-“ PER tutte LE FRAGOLE DI BOSCO, Qui ci sono le  foglie secche che mi cadono addosso ! SOFFIA VENTO a più non posso e portale via in un FOSSO!-

Il vento forte del nord entrò dalla finestra, mise tutto a soqquadro in fretta. E mentre il vento persisteva a soffiare lo spirito scherzi continuò a fare. 

“ Frangipane, castagne e tartufini dovete danzare come burattini. SCOPPIA FUOCO e scoppietta, riscaldaci con la tua fiamma, SAETTA. “

Nel forno il fuoco iniziò a divampare e i bambini iniziarono a tremare.

 Frunno non smetteva di gridare: -“ TATATO, TATATo. Corri veloce, ACQUAZ… VIENni… “ 

Non si sentii più nulla.

Frunno era diventato silenzioso come un ramo di betulla. 

Nanno lo aveva mangiato.

Un pezzo di torta, la parte della bocca, il bambino se l’era divorato.

-“ Per le fragole di bosco: com’è buono l’autunno! “ridacchio masticando il goliardico golosone, accarezzando come un vecchietto il suo pancione.

Un piccolo brivido lo fece vibrare, era il pizzico di zenzero rimasto sulla lingua a frizzare. 

Iaia sollevata e felice prese anche lei un pezzo di dolce.

-“ Mmm che bontà questo autunno! “ disse la piccolina.

Che birichino che era il suo fratelletto. A dire il vero era sempre stato un piccolo dispettosetto.

Lo Spirito chiuse gli occhi e volò via dai comignoli passando tra i fichi, e poi ancora via verso lontani echi.

I due bimbetti decisero di inseguirlo. Presero scarpocini, sciarpe e ombrello.

Accoccolati nelle loro cerate danzarono un lento: la melodia dei violìni del vento. 

Raccolsero foglie e fiori e fecero delle corone. 

I fratelli tenendosi per mano a due pie saltavano sul guazzo.

 SLPASH e ancora SPLASH e Splash! Wow che spasso!

Correvano come un areoplano urlando a squarciagola: 

-“ TATATO. TATATO non andare via lontano! “

Non sapevano nemmeno cosa volesse dire. Il significato non importava, ne parlarono all’imbrunire.

La pioggia fitta cadeva e quando arrivò la sera con le lanterne al polso, i due bambini si sedettero vicini al fuoco intonso.

Si narrarono storie di paura. Di streghe che rapivano infanti per trasformarli in neri gatti. 

Sorseggiarono del caldo cioccolato, mentre ammiravano il cielo stellato.

In cuor loro i pupetti, per i divertenti scherzetti, ringraziarono il dolce e antico Frunno.

 Entrambi finalmente, s’erano innamorati dell’autunno.🍁 

sabato 23 settembre 2023

PARTE SECONDA- Il Ballo delle debuttanti




In una notte dove tutto sembrava possibile, mentre la principessa ammirava la luna illuminare di sogni il mondo, ella espresse un desiderio.

Purtroppo non posso svelarvi il desiderio, perché un desiderio svelato non si avvera più. Tuttavia vi posso raccontare che il desiderio della ragazza si avverò.

Mentre ella rifletteva se anche la luna lassù non desiderasse ardentemente scendere laggiù, vide una carrozza farsi strada tra i meandri della città a gran velocità.

Avete letto bene: non un auto, nè un taxi, ma una carrozza dorata con tanto di ruote, cavalli e cocchiere. E si fermò proprio davanti casa della nostra ragazza! 

Senza perder tempo la fanciulla scivolò via dalla finestra al piano di sotto per scoprire chi fosse. 

“ Toc, Toc” bussarono solennemente alla porta. Quando la fanciulla aprí trovò davanti a sè il valletto reale. Vestito di tutto punto, con tanto di regale fascia rossa, coccarda, e cappello con piuma. Prima che lei potesse proferire parola, srotolò una lunga pergamena e lèsse a voce alta: 

“ Udite, udite. Per ordine del Re ogni fanciulla del reame dall’animo nobile e gentile è invitata al gran ballo delle debuttanti, dove saranno proclamate le novizie Disney princess 3D. “

E continuò: “ Ho l’ordine di accompagnare la damigella qui presente dinanzi a me al Gran ballo delle debuttanti. Attenderò ella qui, che si cambi d’abito.” 

Detto questo il valletto arrotolò la pergamena e consegnò una enorme scatola bianca alla fanciulla. 

La giovane non sapeva cosa rispondere. Imbarazzata allungò delicatamente le braccia e prese goffamente il grande pacco. 

Non fece in tempo nemmeno a ringraziarlo, che il valletto fece come per congedarsi, e si mise statuario in attesa vicino alla carrozza.

La piccola chiuse la porta dietro di se, fece due passi avanti e posò la scatola più grande di lei, su di un tavolino all’ingrasso.

“ Non posso crederci…” penso fissando il vuoto.

Non poteva crederci davvero, tant’è vero che corse sbirciando da dietro una tenda della finestra della sala per vedere se fosse tutto vero o stesse sognando.

Il valletto e il cocchiere indisturbati si rilassavano, accarezzando i cavalli e chiacchierando come due amici di lunga data. 

La puella volse lo sguardo nuovamente verso la scatola. 

Era di un affabile bianco perlato e risplendeva come la luna che poc’anzi lei guardava. Un grosso nastro in cotone blu avvolgeva il pacco, come un morbido foulard che impreziosisce e riscalda dal vento pungente della notte il collo. 

Lo sciolse. 

Alzando il coperchio si accorse che non era una semplice scatola, ma uno scrigno prezioso che custodiva con cura l’abito più bello che lei avesse mai visto.

Ella amabilmente, con le dite, lo sfilò dalla custodia. 

Era un voluminoso abito a ballerina. Il corpetto in raso bianco risplendeva. Era il centro di un cuore fatto di strati di tulle e piccoli diamanti. La gonna e le spalline a sbuffo erano di eterea seta d’organza. Color ceruleo. Impalpabile.

Quell’abito sembrava rappresentare tutti i suoi desideri. Quell’abito era parte di lei. Se avesse potuto, e così sarebbe stato, lo avrebbe custodito con amore per sempre.

Lo strinse al petto e andò nella sua stanza a prepararsi.

Quando riscese, si fermò dinanzi lo specchio per un ultimo sguardo.

“ Poteva davvero essere tutto vero? “ Con quell’abito tutto era possibile.

Perciò si fece coraggio. Anche fosse stato un sogno tanto valeva viverlo fino in fondo e l’indomani avere un nuovo sogno da realizzare.

Prima di uscire però andò dietro casa nell’orto. Prese una cesta con delle carote, dove si accorse che dei topolini si erano nascosti. Quando uscirono le prese un colpo e quasi stava per cadere su di una zucca. Come un equilibrista riuscì a restare diritta. Salutò i topolini, che quasi avrebbe voluto portare con se al ballo, fece un’occhiataccia amichevole alla zucca sulla quale era inciampata e finalmente uscì di casa. 

Le carote erano per i cavalli. “ Chissà quanta strada avevano fatto e quanta altra ne avrebbero dovuta fare. Magari vogliono rifocillarsi un poco. “ Spiegò la fanciulla. Il valletto che era stato fin dall’inizio tutto d’un pezzo si fece dolce in viso e accennò un piccolo sorriso. Il cocchiere ringraziò e la carrozza con a bordo la principessa poco dopo partì. 

La carrozza si faceva strada silenziosa nel cuore della notte per le vie della città. Fino a quando si discosto dalla strada e prese un sentiero sferrato, buio e tetro. La principessa vedeva solo dei tronchi di alberi ai lati del viottolo quando i fari della carrozza vi passavano vicino. 

A un tratto il percorso si rischiarò. Il paesaggio di città lasciò il cammino a un notturno bosco autunnale. Ai lati del corso degli antichi lampioni mostravano lo scenario con la loro luce calda. L’odore forte di petricore invase la carrozza dorata, mentre gli animali del bosco insieme al vento, suonavano una melodia tutto loro. Una melodia che accompagnava il cocchio che si appropinquava sempre di più al palazzo reale, inghiottito dal foliage che lentamente mutava dal verde, al giallo, al dorato, all’arancione fino al rosso.

Il palazzo li attendeva vivo su di un altura, vegliato dall’alto da una immensa luna sorniona.

La storia continua…

Nel frattempo per continuare a sognare, se anche voi siete dei principi o delle principesse, vi invito a seguire le Disney Princess 3D su Instagram. Anche loro si sono agghindate a festa per partecipare come madrine al Gran Ballo delle debuttanti di Lago Maggiore.

#Disneyprincess3D @Disneyprincess3D

Illustrazione di @rozenberry dal titolo “ Cinderella “.

domenica 7 maggio 2023

Una rosellina d’autunno

                         Art: @marie__lise


C'era una volta in una piccola casa di campagna, un roseto bellissimo. Le rose che lì crescevano, grazie agli intimi aromi dell'orto, erano forti e rigogliose. Quelle rose aveano petali così caldi, che pareva che il tramonto le avesse infuocate con dei baci, e così vellutati che al tocco sembrava accarezzare il manto di una candida pecorella. 

L'anziana signora che abitava nella casa tutta edera e mattoni, adorava il suo roseto. Amava guardarlo la mattina dalla finestra della cucina, il profumo delle rose bagnate dalla prima rugiada si mescolava con il deciso odore di caffè. Al terzo rintocco delle 22, prima di immergersi nei suoi sogni d'alcova, la signora ammirava il rosso delle rose che si avvolgeva nel buio della notte come fosse un lenzuolo di nera seta. Per lei non vi era cosa più preziosa nella casa di quel roseto. 

Raccontava a amici, bimbi e vicini,  che quel roseto fosse magico. Che gli angeli tramutati in rose ascoltassero i desideri di chi alle rose con coraggio si confidava. Se fosse vero o no non si sa. Tuttavia ogni volta che l'anziana signora regalava una delle rose a qualcuno, quel qualcuno si sentiva subito pieno di speranze e qualcosa di bello gli accadeva sul serio.

Una sera la signora si sentii molto stanca. Saluto la luna e le rose poi chiuse gli occhi per sempre.

Il roseto con il torrido caldo dell'estate e senza le cure della padrona di casa avvizzì. Ma l'amore donato trova sempre il modo di ritornare. La Madonna  che dal cielo aveva rimirato quanta gioia e speranza la signora aveva portato grazie a quel roseto, decise di benedire davvero quelle rose. 

Perciò  fece scendere  una santa  pioggia a catinelle affinché lo dissetasse in eterno.

Durante un  autunno lontano e  dorato, il roseto fiori di nuovo. Le rose erano  belle e morbide. Tutte bianche. 

Dal balcone della casa di campagna un vagito riecheggiava fino al roseto. Era il delicato suono di una bimba appena nata, la pronipote della signora. La piccola aveva un cespuglio soffice nero come la notte per capelli. La pelle bianca come quella delle venere rose e le gote rosate come quelle delle colombe innamorate.  

Il suo nome era: Bianca Maria.

Per profumo e aspetto sembrava anche lei una piccola rosa. E se fosse stata una rosa di quel roseto, la piccola, sarebbe stata l’ultima nata fra le rose. I  suoi petali sarebbero stati  di un delizioso rosa antico. La maggior parte ancora chiusi a bocciolo. 

Quando la rugiada le fosse scivolata sopra ai primi albori del mattino, sarebbe sembrata il ninnolo argentato tanto adorato di una qualche tenera bambina. Una tenera bambina come lei. Ma anche una rosa benedetta: una piccola rosellina d’autunno. 



Alla mia rosellina d’autunno. Mia figlia: Venere Bianca Maria Laurenzi, per il suo battesimo.

Che tu possa essere benedetta e protetta dalla Vergine Maria per tutta la vita e che l’amore e la speranza fioriscano in te come un rigoglioso roseto. 

La tua mamma.

 

 

 

 

 

lunedì 30 gennaio 2023

I giorni della merla


 C’era una volta, tra gli equinozi e i solstizi, un magico giardino, che con il passare delle stagioni sfioriva e sbocciava, alternatamente e continuamente. 
Nel giardino un canto di merlo scandiva il tempo. Bianco era il suo manto come la prima neve d’inverno. Giallo paglierino il suo becco come il sole alto di ferragosto. 
Nel giardino delle stagioni era proprio da quel becco dorato, che tutti i mesi venivano fuori, annunciati in un canto.
Nelle ore del giorno il merlo fischiettava una filastrocca, che da bocca a orecchio tutti i bambini hanno udito almeno una volta. 
-“ Trenta giorni ha Novembre, con April, Giugno e Settembre.
Di ventotto c’è n’è uno, tutti gli altri fan trentuno. “, “Fiuu” - zirlava così concludendo, il merlo bianco.

Quello che tutti sapevano nel giardino, e invece oggi nel mondo è sconosciuto, è che a averne ventotto di giorni non era Febbraio, ma era il corto Gennaio. 

Freddo e gelido, Gennaio iniziava il calendario. Con il suo carattere rigido e inflessibile, era il frigido mese più temuto dell’anno. 
Come un bullo, portava via tutte le feste! 
Per questo  nessuno lo voleva più del dovuto. 
Per tutti, 28 giorni erano pure troppi!

Gennaio che era un mese assai permaloso, mal sopportava il merlo bianco, che ogni anno gli ricordava, allegramente fischiettando, che era dei 12 mesi, per durata, il più piccolo dell’anno. Sentire il suo cruccio a canto gli pareva un vero oltraggio.
Tutto il giardino partecipava al teatrino, che sempre si ripeteva quando arrivava Gennaio.
Quest’ultimo come un burbero vecchietto tuonava al merlo bianco: - “ Merlo del malaugurio, il tuo ronco sibilo mi stride le orecchie. Se non la smetti di gracidare ti vengo io a strigliare!- 
Il gelido mese, per il ghiaccio, come fosse su di una slitta, scivolava senza freni sulle sue parolacce da soffitta. Non faceva in tempo a arrivare sotto l’albero del merlo, che finiva giu, con il finferlo affianco. E si accorgeva con tristezza, che d’un tratto, i suoi giorni erano già finiti di punto in bianco.
 Il merlo con una doppia nota lo faceva andar via.
“ Ciuf -ciuf “ si sentiva il treno con Gennaio dentro, allontanarsi dalla ferrovia.

Il primo mese, stanco e adirato decise di rispondere a dispetto con dispetto. Quatto, quatto,  di soppiatto, da buon furbastro rubò tre giorni a Febbraio con un lungo e grosso nastro. Lo usò poi per arrivare al merlo bianco, che con i suoi piccoli, il nido dovette abbandonare. 
Tanto fu il gelo, che nel giardino dormiva beato un orso polare. 
Tutto intorno era esanime. Tranne Gennaio, che impassibile se la rideva. 
- Ahahaha!- sghignazza, e a ogni riso storto, una forte folata di vento si abbatteva sul prato ormai morto.
Gelato e raggelato era il muso del merlo stecco, che per il gran freddo più non riusciva a aprire il becco.
Tremava poverino e quando la tormenta arrivò per salvare i suoi piccoli in un comignolo se ne andò. 
Quando ne uscì, da bianco che era, tutto macchiato s’era, di una pece fuliggine nera. 
E quando arrivò il 31, Gennaio finalmente se ne andò, portando con se i tre giorni in più e non restituendoli a Febbraio mai più. 
Il giardino era tutto raffreddato. 
Il merlo aveva ancora il becco congelato!
Perciò la Primavera in anticipo arrivò e tutto d’un colpo il mondo si riscaldò.
Il merlo dal manto bianco, ora tutto nero, pesto come la notte, era diventato. Ma il merlo nero tornò lo stesso fischiettare. 

-“ Trenta giorni ha Novembre, con April, Giugno e Settembre.
Di ventotto c’è n’è uno, tutti gli altri fan trentuno. “, “Fiuu” - zirlava così concludendo, il merlo nero.

E di filastrocca ne aggiunse un’altra, per rivelare, dei tre giorni rubati il futuro avvenire:
-“ Se nei giorni della merla farà freddo, e di brutto! In primavera è tutto asciutto. Se invece c'è bello, porta sempre con te l'ombrello!”

Tenendo la filastrocca sempre a mente, aspettiamo il 2 Febbraio e ci auguriamo una buona Candelora!













lunedì 16 gennaio 2023

Il lupo di Cappuccetto Rosso

 

Illustrazione di Massimiliano Frezzato per Lavieri Edizioni

Questo racconto nasce da un lavoro di gruppo che ho svolto con alcune colleghe di puericultura durante la lezione di psicologia. La narrazione vede la fiaba di Cappuccetto Rosso dal punto di vista del lupo.


C'era una volta a bosco fiorito un lupo non affamato, che camminava tranquillo e spensierato nei pressi di un prato.

 Tra i fiori di quel prato scorse un piccolo cappuccio tutto rosso. Incuriosito si avvicino e vide con stupore che sotto il cappuccio vi era una rosea bambina. 

-Cosa fai bambina, qui nel bosco, tutta sola, con un cappuccio rosso? - Chiese il lupo alla piccola. 

La bambina raccontò al lupo che sua nonna malata l'aspettava al di là del bosco. 

- Le porterò i fiori che sto raccogliendo. - disse la piccola, e continuò: - Raccoglierò fiorellini di tutti colori e glieli regalerò. La nonna farà un gran sorriso..  

Il lupo pensava tra se e se : " ma che dolce e coraggiosa bambina.”

Cappuccetto rosso che era una bimba assai chiacchierina continuo a parlare: - Porterò anche questo cestino alla nonna. Il cestino della mamma ha le focacce appena sfornate! Sono calde, calde. È c’è anche il miele e la marmellata d'uva. Il lupo si stava lasciando coccolare dalla sua vocina, che quasi si affeziono alla bambina. Tuttavia la piccina parló davvero troppo e per troppo tempo. 

Tutto quel parlottare di leccornie fece sopraggiungere al lupo una gran fame. Purtroppo per la bambina, l'idea di mangiare nipote e nonnina si fece largo nella testolina del lupo. 

Fu allora che si udii chiaramente nella pancia unforte brontolio. Cappuccetto non ci fece caso, .

Ma l’animale invece per sua natura, non poteva resistere alla tentazione. D'altronde l'inverno era alle porte, bisognava fare assolutamente scorte! Perciò disse alla piccola:

- Si sta facendo tardi bambina io devo tornare alla mia tana e anche tu devi andare dalla tua nonnina. Ti conviene passare per questa stradina. - con voce decisa raccomando alla piccolina- È una scorciatoia! Se da qui passerai in un lampo arriverai. - 

Cappuccetto rosso convinta, prese in mano il suo cestino e impugnando il suo bel mazzolino, lo sventolo in segno di saluto al lupo, per poi addentrarsi nella scorciatoia.  Canticchiava e saltellava la bambina, fiduciosa che la nonna fosse a pochi passi, vicina. 

Il lupo se la rideva mentre correva giu per una discesa che veramente velocemente alla fine del bosco lo conduceva.

 Raggiunse la casina della nonnina e senza pensarci due volte si mangiò la povera vecchina. 

Quando cappuccietto arrivo, la fame era ancora là nello stomaco del lupo. La fame ululava nello stomaco che era pieno solo a metà.

Perciò il lupo da un angoletto, con un balzo si mise nel letto a fare la finta nonnina. Quando la bambina profumata di miele, focacce e bianchina, abbraccio il lupo che credeva la sua cara nonnina, il lupo con un gran sorriso fece: - Ahmmm! - e se la mangiò. 

Il lupo era così pieno adesso che torno se stesso. Quasi gli scese una lacrimina per il dispiacere di aver mangiato quella rosea bambina. Ma sotto sotto quel pelo da lupastro il vizio non l’avrebbe mai perso. 

Il lupo contento e soddisfatto pensó: C'è l'ho fatta ancora una volta!- Non era cosa da tutti i lupi. E questa volta era più che soddisfatto. Con furbizia aveva preso due prede con una focaccia!

Ad un certo punto il Lupo che era ancora nel letto sentii dalla finestra un gran botto. Ma non era un tuono e nemmeno un vaso che cadendo si era rotto. Era lo scoppio del fucile di un cacciatore, che come il più furbo predatore, aveva sorpreso il lupo e con scaltrezza a quel lupo, ora più non tanto furbo,  sparò. 

Così il lupo senza accorgersene chiuse gli occhi e mai più si risvegliò.

martedì 1 marzo 2022

A Carnevale ogni scherzo vale

 



A casa Didi, la casa dei criceti furfanti, i criceti si preparavano al Carnevale. 

La famiglia era composta da papà Baba, mamma Didi, Lulu, Dudu, Bubu e la piccola Kiki, che passava le giornate nascondendosi sotto la  gonna di mamma Didi. 

Baba fu il primo a scappare dalla gabbia dei criceti costruita dai signorini, che abitavano la grande dimora.I signorini avevano portato via Baba dalla tana “ tutta vetro “ dove viveva con i suoi fratelli e sorelle. La cosa non era andata affatto giù a Baba, per questo alla prima occasione utile era fuggito via e si era dato alla latitanza vivendo nei buchi delle pareti. In seguito aiutò anche mamma Didi a evadere, ma invece di unirsi alla latitanza, mamma Didi decise di mettere su famiglia. Perciò con l’aiuto di Baba, creò una casa tutta loro, nel sottoscala della grande dimora. Poi arrivarono i cuccioli e il Carnevale.

Ah! Ecco dov’eravamo: al Carnevale! 

Dunque a casa Didi il Carnevale si festeggia in pompa magna, con una grande festa in maschera e abbuffandosi di tutti i dolci tipici del Carnevale. 

Nessun seme di girasole si intravedeva nell’arco della giornata carnevalesca. Bensì chiacchierere di ogni tipo: al forno, fritte, con cioccolato, pistacchio, o semplicemente con zucchero a velo, ricoprivano la tavola in legno noce della cucinotta del sottoscala, risaltando sulla tovaglia a quadri blu e gialla. Palline luccicanti ricoperte di glassa e zuccherini colorati inondavano le grandi ceste vicino alla stufetta. Le castagnole al Rhum con la crema profumavano di dolce tutta la casina, e ravioli a più non posso ribollivano in  pentoloni più grandi dei fornelli dove mamma Didi si destreggiava, spolverando cannella sulla pasta già pronta, in piattata in pirofile di candida ceramica bianca.

Kiki come sempre faceva cucù dalla sottana di mamma Didi per rubare di tanto in tanto, qualche dolce o qualche raviolo. I tre criceti Lulu, Dudu e Bubu come tre moschettieri che devono conquistare una fortezza, seduti ai piedi del tavolo ricoperto di dolciumi, organizzavano un piano per fare razzie nella villa fuori dal sottoscala, incitati dal Dartagnan di turno: Baba. 

“ Io sarò la principessa più bella. Con un vestito rosa pieno di brillantini e una corona di diamanti, sarò la principessa del Carnevale! “ disse Lulu avvolgendosi con un leggiadro movimento del polso la sciarpa al collo, come fosse una piccola diva.

“ Io sarò il valoroso Lord Dudu, primo cavaliere della tavola di Carnevale! “ urlò Dudu alzandosi in piedi e appoggiando come un condottiero il piede sulla sediola mentre con la zampina impugnava in alto una forchetta. 

“ Metti giù la forchetta, Dudu! Potresti farti male o peggio, fare male a qualcuno! “ ordinò mamma Didi al figlio mentre scolava l’acqua dalla pentola dei ravioli.

Ma Dudu continuò: “ Mamma, un cavaliere sa quando è il momento di sguainare la propria spada e combattere! “.

Baba con ammirazione incitò il figlio: “ Ben detto Dudu, è proprio quello che serve contro i signorini: guerrieri pronti a combattere! “.

Dopo quell’affermazione mamma Didi getto lo strofinaccio sul lavabo e si girò lanciando a Baba un’occhiataccia, come monito al silenzio. Mamma Didi si, che era una vera guerriera.

A quel punto Baba si alzò dal tavolo imbandito e si diresse verso la sua poltrona a leggere il bollettino meteo di turno. A dire il vero, più che leggere sembrava borbottare, e lo faceva mentre con una zampa teneva una lente di ingrandimento ricavata dal fondo di una bottiglia e con l’altra reggeva l’opuscolo, avvicinandolo al suo nasone a punta, che di tanto in tanto alzava per inspirare l’odore del dolce forno di mamma Didi. 

Intanto nella cucina, era tornato il silenzio. Silenzio presto interrotto dal continuo biascicare di Bubu, che tra una graffa e l’altra, con le guanciotte stracolme di fritto, sputacchiando e masticando, farfugliò: ” Io… chomp… chomp… mi vestirò da… chomp… temibile pirata!... chomp. “ 

E mentre lo diceva Bubu convinto, guardava concentrato il suo piatto di graffe ormai semivuoto. 

I fratelli scoppiarono in una fragorosa risata.

E Bubu alzando il sopracciglio, un po’ risentito, domandó retoricamente: “ Che c’è da ridere? Non sembro abbastanza temibile?! “.

Lulu e Dudu si scambiarono uno sguardo di intesa, poi afferrarono il fratello sotto le braccia e lo trascinarono via. Bubu aveva ancora la graffa in bocca. Continuò a mangiarla senza protestare.

Finita la merenda, finalmente i tre furfanti, canticchiando: “ Andiam, Andiam… Andiamo a scovar… “, si prepararono alla razzia della villa. 

Mamma Didi li avviso: “ Non fate dispetti, evitate di fare troppi scherzetti! Non fate ai signorini quello che non volete sia fatto a voi!” 

“ Ma Mamma” disse Lulu “ a Carnevale ogni scherzo vale!”. Detto fatto, i criceti sgattaiolarono via.

La villa fuori dal sottoscala era un mondo pieno di cose da scoprire e rapire. Le finestre alte illuminavano le grandi stanze le cui pareti sembravano brillare come piene di granelli di sabbia al sole. Piccoli arcobaleni, si creavano sul soffitto quando la luce passava tra i cristalli dei lampadari. I tre criceti, come esperti ladruncoli, camminarono veloci in fila indiana passando ai lati delle mura. Arrivarono nella camera dei signorini e lì disfarono, strapparono e rubacchiarono tutto l’occorrente per i loro costumi di carnevale. 

Pezzi di pregiato velluto li sgranocchiarono via da una costosissima giacca, cristalli pendenti e perle li sottrassero da un piccolo scrigno a carillon. Si issarono fin sopra la scrivania per prendere glitter e sticker di pesci, finendo per rovesciare l’inchiostro nero, che macchiò le loro zampine. 

Mentre i criceti fuggivano felici delle loro malefatte, non si accorsero che stavano lasciando dietro di loro una scia di impronte indelebili. 

Quando i signorini rientrarono nella loro stanza, quasi subito si accorsero del disastro. E seguendo proprio le impronte lasciate dai piccoli paffuti animaletti, capirono lo scherzo dei criceti. Scherzo al quale intendevano rispondere!

I signorini infilarono la bocchetta dell’aspirapolvere sfondando il piccolo uscio posto a chiusura della casa del sottoscala. Accesero l’aspirapolvere e a Casa Didi arrivó un tornado. 

Il vento spirava forte e portò via gran parte dei dolciumi e tutta la refurtiva dei tre ladri. Persino i criceti dovettero reggersi ai mobili per non essere trascinati via. Kiki non si era tenuta mai così stretta alla gonna di mamma Didi come in quel momento.

Quando l’aspirapolvere si spense, l’intero sottoscala era a soqquadro, persino il Carnevale. 

Immediatamente i criceti si diedero da fare per recuperare il recuperabile. Spazzarono, pulirono e aiutarono a cucinare. In breve tutto fu di nuovo in ordine e pronto. Tutto tranne i costumi dei tre cricetini, che sconsolati sederono di nuovo ai piedi del tavolo. Bubu ricominciò a mangiare graffe, affogando il dispiacere in chili di zucchero. Lulu e Dudu alternavano lacrimuccie a discorsi di vendetta.

Ad un certo punto, davanti a loro comparve mamma Didi. “ Nessuna vendetta. Ricordate a Carnevale ogni scherzo vale!” . Detto ciò, diede loro tre costumi da Arlecchini che aveva cucito per loro ricavando il tessuto da dei vecchi vestiti di Baba.

I tre criceti furfanti contenti e stupiti abbracciarono mamma Didi e si vestirono. 

Tutti erano pronti, persino la cicerchiata era nei piatti. 

Tra coriandoli, dolci e stelle filanti, anche quest’anno a casa Didi, la casa dei criceti furfanti, arrivó il Carnevale. E I criceti lo festeggiarono come sempre con una grande festa. Ballando, mangiando a più non posso e pianificando future razzie carnevalesche. D’altronde a Carnevale ogni scherzo vale!









venerdì 11 febbraio 2022

Due lupetti sperduti

C’erano una volta, a Bosco Notturno, due lupetti birichini, che amavano giocare e esplorare.

Mamma lupa li metteva sempre in guardia: “ Non allontanatevi troppo. Potreste non riuscire più a trovare la via di casa!”.

E continuava: “ Belve feroci abitano le profondità del bosco, e due cuccioli come voi non avrebbero scampo di fronte al temibile orso bruno della foresta.”

I due lupetti facevano finta di non sentire la mamma. Come ho già detto, erano due lupetti davvero birichini!

In un pomeriggio di primavera, i due fratellini, come al solito si misero a giocare intorno alla loro tana.

Si stavano esercitando a muoversi come i grandi,: a grandi passi, mettendo le zampe dietro nelle orme di quelle davanti. L’impresa era più facile a dirsi che a farsi!

I due più che correre, saltellavano come conigli, e a un tratto, tra un saltello e l’altro, udirono una risatina provenire da un cespuglio. 

Quatti, quatti, strisciando sui fili d’erba, si avvicinarono, poi si guardarono e con una lesta zampata a testa aprirono il cespuglio.

All’interno vi era un coniglio bianco steso con le zampe all’insù, che come niente fosse, se la rideva a più non posso. 

“Cosa hai da ridacchiare batuffolo?” Chiese uno dei due lupetti.

“ Troppo divertente!” replicò il coniglio continuando a ridere. “ il mio nome è Bigfoot non batuffolo,  e voi due saltellate come conigli paffuti, altro che lupi!

Seppur i lupi non siano animali rancorosi, tutti sanno che sono molto permalosi e attaccabrighe. E quella lanciata dal coniglio era una provocazione bella e buona. 

I due cuccioli rossi come piccole furie, provarono ad azzannare con i loro denti da latte, le zampone del coniglio. A quel punto Bigfoot si ricompose e decise che era giunta l’ora di tornare alla propria tana. Era in ritardo per la cena. 

Dopo un cenno di saluto ai due cuccioli iracondi, il coniglio saltellò via in tutta fretta.

I due non avevano ancora finito con lui, perciò senza pensarci su, si misero a inseguire il coniglio bianco.

Corri corri, finì che i due persero il coniglio e non solo quello. Avevano perso la via di casa e erano arrivati fino a dentro la foresta. 

I lupacchiotti provarono a cercare il coniglio bianco in ogni buco sotterraneo e in ogni albero cavo… lui avrebbe di certo mostrato loro la via per  tornare a casa. D’altronde era il minimo dopo che li aveva presi in giro.

Purtroppo, la ricerca andò male: non trovarono da nessuna parte il candido animale!

I due lupetti sperduti si ricordarono le parole della madre:  “ Non allontanatevi troppo. Potreste non riuscire più a trovare la via di casa!”.

In quel momento di grande sconforto, risuonò un forte bramito che scosse foglie e fili d’erba e fece drizzare il pelo e le orecchie dei nostri piccoli malcapitati. “ Belve feroci abitano le profondità del bosco… cuccioli come voi non avrebbero scampo di fronte al temibile orso bruno della foresta.”

Quanto aveva ragione la loro mamma. Questa  volta si erano cacciati davvero nei guai: il temibile orso bruno della foreste sembrava essere vicino e anche arrabbiato.

Inutile ora piangersi addosso! I due erano stati birichini,  ma erano anche due tipi coraggiosi. A differenza di quanto insinuato da Bigfoot, non erano conigli, loro erano lupi e i lupi non piangono e non si nascondono, i lupi si rimboccano il pelo e si preparano allo scontro.

Fortunatamente per gli intrepidi fratellini, di sfortuna quel giorno ne avevano avuta abbastanza. Il temibile orso bruno si era stancato in un duello all’ultimo sangue con un altro orso, perciò passò davanti ai cuccioli tremanti e senza nemmeno accorgersi della loro presenza,  proseguì dritto verso la sua caverna.

Anche i due lupetti erano stanchi e volevano la loro mamma.

Intanto il crepuscolo aveva portato il buio e il cielo per allontanare le ombre aveva chiamato a risplendere la luna affinché le rubasse tutte. Nella notte gli animali cantavano. Il forte odore di muschio bagnato si mescolava al profumo caldo delle fragole di bosco, mentre i frutti del castagno luccicavano più delle lucciole sotto la luce delle stelle. 

Nella notte, il cuore di Bosco Notturno iniziò a pulsare. 

Mentre scoiattoli e camosci dorati ascoltavano il concerto dei rapaci notturni e la melodia degli acquitrini, il gufo reale, Owl Pacino, in alto alla quercia madre,  vide i fratellini stanchi e persi e decise di aiutarli.

"Picciriddi, vi pirdistivu? Si a vostra matri vuliti trúvari, una canzuna a luna aviti a cantari! ".

I due lupetti non capirono le parole del gufo, ma ne compresero il significato. Pertanto alzando il muso in alto verso il cielo, ulularono alla luna.

Ahuuuu… Ahuuu…

L’ululato dei cuccioli fece il giro di Bosco Notturno e arrivò  fino alle orecchie di mamma lupa, che preoccupata, corse come i grandi lupi sanno fare, verso i suoi piccoli.

La lupa trovò i due cuccioli addormentati, cullati dai suoni del bosco e protetti dalla luce della luna. Mettendoseli in groppa, li riportò sani e salvi a casa.

I due lupetti birichini avevano imparato la lezione, non si allontanarono più. Ma avevano anche appreso, che semmai un giorno avrebbero smarrito la via di casa, ululando alla luna non sarebbero mai più stati due lupetti sperduti.

Un amico per Uccio

C’era una volta, in fondo a un mare blu cobalto, un piccolo Ippocampo che sognava di essere cavalcato da un bambino, come lo sono i pony sulla terra ferma.

Uccio, questo era il suo nome, si sentiva tanto solo sul fondale. Avrebbe voluto un amico col quale sognare insieme.

Purtroppo per lui, ahimè, gli altri cavallucci non condividevano il suo sogno, anzi, a dirla tutta, non avevano grandi sogni. Amavano il loro dolce far niente, se non nulla più, che dondolarsi con la coda di qua e di là, giù per le scogliere.

Dovete sapere, che i cavallucci marini preferiscono passare le loro giornate in solitudine e completa libertà. Perciò, pur di non avere a che fare con gli altri abitanti del mare, si mimetizzano con ciò che li circonda: sabbia, coralli, anemoni… Sono schivi persino gli uni con gli altri!

Si narra di un ippocampo delle mangrovie, che per evitare di essere invitato dai parenti al gran cenone di capodanno, a base di plancton, si sia mimetizzato così bene, che nessuno l’ha mai più trovato. Si vocifera, che abbia scoperto come mimetizzarsi con l’acqua!

Insomma, per il caro Uccio trovare un amico era un impresa ardua! 

Impresa che diventava del tutto impossibile se teniamo conto della sua rosea timidezza… e dico rosea perché, appena qualche granchio, o mollusco, o qualunque branchiato, accennava un discorso con il nostro cavalluccio marino, lui diventava rosso dalla vergogna! 

Qualche tempo fa, Uccio, era riuscito ad instaurare una conoscenza con un pesce pagliaccio, ma quando Uccio raccontò al pesciolino, il suo sogno, proponendogli di farsi cavalcare, quest’ultimo si mise a ridere a crepapelle! 

“ Che cosa sgarbata è ridere dei sogni altrui! “ pensò l’ippocampo.

Da allora Uccio, segue l’esempio degli altri cavallucci, e se ne resta solo soletto, attaccato alla scogliera, a sognare. 

Una mattina d’estate, Uccio se ne stava come suo solito, ancorato alla sua scogliera, dondolando di qua e di là, quando a un tratto, mentre osservava i brillantini creati dal sole sul mare, proprio lì su, vide qualcosa scivolare tra quelli, e giocarci insieme a nascondino. 

Il piccolo ippocampo, incuriosito, decise di abbandonare il fondale e salire in superficie. 

Uccio fece capolino da un’ ondina e scorse uno strano oggetto a forma di improbabile polipo, che un piccolo cucciolo umano chiamava a sé, con lacrimoni.

Vicino agli scogli bianchi, vi era un bambino piccolo, piccolo, che dondolandosi avanti e indietro nel suo ovetto, con una spinta delle manine aveva fatto rotolare il suo giocattolo in acqua.

Il bimbo attese pazientemente che la mamma recuperasse il malcapitato, ma pazienta, pazienta, nessuno accorse, quindi si mise a magugnare sperando che, il suo giocattolino lo sentisse e tornasse da lui. 

“ Uhhh… Uhhh…” chiamava il bambino, ma nulla. Il polipo se ne rimaneva beato e sordo, a galleggiare.

Goccioloni d’acqua stavano sgorgando bagnando le paffute gote, quando il bambino, vicino al polipo, vide spuntare un altro giocattolo, a forma di cavallino. 

Non sto a dirvi lo stupore del bambino, quando vide il cavalluccio, a differenza del polipo …, andargli incontro. Le lacrime scomparvero,  e sul volto ancora umido del piccolo, comparve un enorme sorriso. 

Uccio contento della gioia di quel bambino, iniziò a danzare e a galoppare all’indietro verso lo spettatore che con entusiasmo incitava il cavalluccio con fragorose risate e striduli urletti.

L’ippocampo diventava sempre più rosso, ma al bambino questo piaceva e meravigliava. 

Il bebè cercava in tutti i modi di avvicinarsi al cavalluccio, dimenandosi nel passeggino.

L’entusiasmo era incontenibile!

A tal punto che, la mamma del piccolo umano, decise che fosse giunta l’ora di tornare a casa, e iniziò a raccogliere le sue cose.

Il bambino ancora non aveva capito quello che stava per succedere, ma Uccio si.

Non voleva separarsi da quei teneri occhioni che lo guardavano con tanta ammirazione. Perciò, nel suo cuore, in silenzio, espresse il desiderio di poter restare per sempre a giocare con il bambino.

Poseidone, il protettore dei cavallucci, esaudì il suo desiderio. Tre battiti di cuore dopo, il cavalluccio saltò nelle mani del piccolo e divenne un pupazzo a righe bianche e blu, come le onde del mare dalle quali aveva fatto cucù.

Il bambino strinse a se il suo nuovo compagno di giochi, mentre la carrozzina si allontanava dalla scogliera.

Uccio finalmente aveva trovato un amico. E chissà forse un giorno, sarebbe stato anche cavalcato.


* Fiaba vincitrice del concorso Fiabe&Favole 2022 Historica Edizioni. 

Qui trovate il Link per acquistare il volume: Un amico per Uccio

Birilibì



Birilibì,
una stellina è caduta qui.

Birilibì,
su nel cielo, manca lì,
una stellina, 
e il mondo quaggiù è più buio,
deve tornare in cielo prima di mattina.

Birilibì,
dove sei?
Birilibì,
cosa fai? 
Adesso che, una stellina,
è caduta qui, giù dal ciel.

Birilibì,
un principino galoppa col suo cavallino,
per trovare la stellina e 
il desiderio esprimere a mattina.

Birilibì,
dove sei?
Birilibì,
cosa fai? 
Adesso che, il principino, 
è finalmente qui con te.

Birilibì,
il principino è arrivato qui,
col suo cavallino,
Evviva! Ha trovato la stellina!
Con un desiderio tornerà su, prima di mattina.

Birilibì,
dove sei?
Birilibì,
dove vai?
Adesso che, il principino,
il desiderio esprimerà per te.

Birilibì,
la stellina, è di nuovo su, fino a mattina,
nel cielo è grande festa,
che dolcezza!
la notte illumina e danza nella foresta. 

Birilibì,
ora sei su!
Burilibì,
splendi dai!
Birilibì,
intanto sai, il principino dorme qui!

Birilibì, birilibì, birilibì,
Birilibì, birilibì, birilibì,

Bi-ri-li-bì!
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